Andrea Mantegna – Il Cristo Morto

A seguito della visita guidata alla Pinacoteca di Brera vi ho proposto un gioco, tra 9 capolavori della collezione braidense vi ho chiesto di scegliere la vostra opera preferita, il “sondaggio” è nato dalla curiosità di scoprire i vostri gusti artistici e quale opera vi “smuovesse” di più. E’ stato davvero bello vedere come avete partecipato in tanti, ognuno motivato a dire la sua nel sentirsi coinvolto e partecipe a condividere la propria esperienza e il proprio parere.

La gara (che strada facendo ha lasciato indietro a sorpresa capolavori di artisti quali Piero della Francesca, Raffaello, Caravaggio e Hayez) si è giocata con un finale testa a testa tra la Pietà di Bellini e il Cristo Morto di Mantegna, consegnando la vittoria a quest’ultimo e ora, come promesso, ve lo racconto.

Innanzitutto chi era Mantegna? Era uno dei pittori più importanti in ambito Veneto del ‘400, si forma a bottega dal padovano Squarcione per poi intraprendere la sua carriera indipendente tra Padova, Ferrara, Verona e Mantova (celebre la sua decorazione della Camera degli Sposi nel Castello di San Giorgio) qui diventerà pittore di corte dei Gonzaga e morirà nel 1506 all’età di 75 anni.

Il Cristo Morto viene eseguito negli anni 1475-78; i toni sono freddi, i contorni nettamente distinti, lo spazio interamente occupato dalla figura di Gesù, il suo corpo nudo avvolto dal sudario giace su una fredda pietra, è la pietra dell’unzione, l’ampolla degli unguenti è in alto a destra, è il momento in cui il suo corpo viene cosparso di oli profumati prima di essere deposto nel sepolcro.

I cari sono relegati al margine dell’opera; questo è l’ultimo saluto a loro concesso, è l’ultimo saluto di una Maria addolorata, il dolore sul suo viso è straziante, si asciuga le lacrime con un fazzoletto, non è il dolore della Vergine Maria che perde Gesù, ma di una madre che perde suo figlio.  Al suo fianco troviamo S. Giovanni con le mani unite in preghiera, più che una preghiera sembra una supplica, quasi a voler esortare il suo Maestro a vincere la morte e tornare tra di loro e, ancora più defilata, all’estremità, troviamo la Maddalena di cui si intravede la bocca aperta in un grido lacerante. Guardando queste figure non possiamo che non essere mossi a pietà e commozione. 

Il Cristo è rappresentato con uno degli scorci prospettici più celebri di tutta la storia dell’arte, innalzando Mantegna all’olimpo degli artisti che meglio avevano studiato e saputo realizzare la prospettiva. Ci offre così un’intima visione, non c’è distanza tra noi e il Cristo, Mantegna sta offrendo anche a noi la possibilità di un ultimo saluto, di essere partecipi a questo compianto. I piedi vengono ostentati, ci vengono quasi “sbattuti” in faccia, non possiamo distogliere lo sguardo, ci costringono a soffermarci sui dettagli più impressionanti: le piaghe, dipinte come fori senza alcuna retorica, a ricordarci il sacrificio che ha compiuto per la nostra salvezza.  Il drappeggio del sudario si adagia al corpo svelandone le forme, sembra essere “scolpito con la pittura”.

In quel corpo rigido ed emaciato c’è tutto il realismo del Mantegna e la sua severità, il tratto duro che lo contraddistingue è accentuato dai colori privi di brillantezza, tecnica che il maestro sceglie appositamente applicando una tempera non verniciata.

E’ uno dei capolavori più celebri nella Storia dell’Arte, tanto da essere citato dal grande Pasolini nel film Mamma Roma (1962) dove una ineguagliabile Anna Magnani piange suo figlio Ettore che muore legato a un letto del carcere (Pasolini oserà lo stesso scorcio prospettico memore della lezione del pittore padovano).

La grandezza di quest’opera è nella sua umanità e nel suo realismo, non c’è niente di più umano e terreno di quel Cristo Morto che giace sulla pietra dell’unzione come fosse su un tavolo di obitorio, guardandolo viene persino da chiedersi se da li sia davvero possibile la Resurrezione.

 

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