Vincent Van Gogh – Vita di un uomo

Come nasce un amore? Nasce senza sapere perché, così l’amore per l’arte nacque senza che me ne accorgessi, senza un motivo preciso o forse semplicemente faceva già parte di me da sempre, nascosto da qualche parte finché qualcuno un giorno non lo svegliasse, quel qualcuno, un giorno, fu Van Gogh.

Così umano, fragile, sensibile, incompreso, tormentato, sfortunato, emarginato, deluso e disilluso, ma sempre determinato, sognatore ostinato che nonostante le innumerevoli difficoltà “si farà da solo”, da creare subito in me un’empatia e una sorta di protezione e tenerezza nei confronti di un artista che ebbe una vita tormentata e infelice, che nessuno capì mai.

Un senso di affetto per lui che ancora oggi non mi abbandona, come se questo articolo possa in qualche modo dare giustizia a quell’aspetto umano di un artista bistrattato dalla vita, che è oggi tra i migliori pittori della storia dell’arte.

Van Gogh a 19 anni.

Ma voglio darvi una chiave di lettura diversa e per nulla scontata di lui di cui si pensa di sapere già tutto. Qui non leggerete di Van Gogh il pittore, ma di Vincent l’uomo e tanto vi basterà per poter poi imparare a capire le sue opere.

Partiamo da una considerazione che faccio sempre: non si può capire un’opera d’arte se non si conosce l’uomo che l’ha creata e non si può conoscere l’uomo se non si guardano le sue origini.

Vincent Willem Van Gogh nasce il 30 marzo 1853 a Zundert (Olanda) da Anna Cornelia Carbentus donna forte e decisa e Theodorus Van Gogh un padre pastore protestante, il suo destino è già segnato dal nome. I genitori scelgono per lui quello del fratello primogenito nato morto l’anno precedente, questo segnerà fin dall’infanzia l’animo di Vincent che si sentiva in colpa già per il solo fatto di essere nato, come se la sua venuta al mondo fosse frutto di un sacrificio di suo fratello.

Questo senso di inadeguatezza si unisce alla continua ricerca di affetto di una madre severa e poco incline a ricoprire i bisogni affettivi del piccolo e già fin troppo sensibile Vincent. Così piccolo e ha già un fardello così pesante sulle sue spalle.

Notte stellata, 1889, MOMA, New York.

L’inclinazione all’arte si fa subito sentire, inizia a disegnare già da bambino ma il padre sceglie per lui un’altra strada, a 16 anni entra a far parte della Galleria d’arte Goupil in Aia, non ha una posizione di rilievo, è un commesso, ma questo gli permette di avere subito confidenza e familiarità con l’arte e gli da la possibilità di toccare con mano centinaia di opere. Viene poi trasferito nella sede londinese, si innamora  della figlia del padrone di casa, ma lei non lo corrisponde, la delusione lo porta a compiere atti di autolesionismo.

Dopo questo episodio viene trasferito nella sede parigina, ma lo pervade un forte senso di malessere, non si sente nella propria vita, è inquieto, non accetta l’ambiente di lavoro, non accetta la vita che fa, perché non è la sua vita, non sta compiendo la sua vocazione ed è sempre in conflitto con tutti. Ormai si sente estraneo a quel mondo, non gli appartiene più. Svogliato e sbadato viene licenziato nell’aprile 1876 e si rifugia anima e corpo nell’unica cosa che lo conforta: la Bibbia.

Sente dentro di sé questa fortissima vocazione, vuole seguire le orme del padre pastore protestante e si iscrive all’esame di ammissione a Teologia di Amsterdam ma viene respinto, la mancata realizzazione del suo sogno lo fa cadere in una grave crisi depressiva, ha solo 23 anni e sarà la prima di una lunga serie.

Iris, 1889, Getty Museum, Los Angeles.

Vincent non si arrende e frequenta un corso di evangelizzazione a Bruxelles, ma non viene ritenuto idoneo. Nonostante questa ennesima delusione si trasferisce lo stesso nella zona belga del Borinage a predicare la Bibbia ai minatori e a dare cure agli ammalati, vivendo lui stesso nella povertà più assoluta, spesso privandosi perfino dei propri vestiti per donarli agli altri.

La rigidità di educazione paterna si riversa sul giovane che segue i dettami religiosi in maniera fanatica, arrivando talvolta a nutrirsi di solo pane e acqua per fare penitenza. Si nota subito una sensibilità fuori dal comune. E proprio per questa sua estrema dedizione, viene sospeso dall’incarico di evangelizzazione accusato di “follia mistica”.

Theodor, suo fratello che sarà per sempre il solo e unico punto di riferimento e con cui intraprenderà per tutta la vita un intenso scambio di lettere, preoccupato del suo stato psico-fisico lo incoraggia a incanalare queste sue energie e pulsioni sociali e religiose verso l’espressione artistica.

I Mangiatori di patate, 1885, Van Gogh Museum, Amsterdam.

Così a 27 anni si iscrive all’Accademia di Belle Arti per lasciarla poco dopo, preferendo la formazione da autodidatta, guardando i maestri, frequentando chiese e musei e corsi di pittura, si trasferisce a Neuen, Anversa e Parigi dove incontra i maggiori artisti a lui contemporanei assimilando da loro tecniche nuove e spunti di riflessione.

Per Van Gogh l’arte era un mezzo di espressione divina, quello che non poté più fare predicando la Bibbia, lo fece tramite la pittura. Aveva un bisogno ardente di esprimere il suo Sé e rendersi utile alla società.

Era il suo messaggio d’amore per noi.

Disse una delle frasi più belle che racchiudono il senso della vita che lui capì “La tua professione non è ciò che ti fa portare a casa la tua paga. La tua professione è ciò che sei stato messo al mondo a svolgere con tale passione e intensità che diventa spirituale nella sua chiamata”.

L’arte era la sua vocazione.

La gente povera rimarrà sempre il suo soggetto preferito, non re e regine, non nobili e ricchi, ma gente emarginata, gente semplice, ma che con il duro lavoro acquisisce una propria dignità, lui diceva “preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che nelle cattedrali non c’è” , da qui I mangiatori di patate summa dei suoi studi e dei suoi sentimenti sociali e le innumerevoli opere sui lavoratori della terra con grande influenza di Jean-Francois Millet.

Casa Gialla, 1889, Van Gogh Museum, Amsterdam.

Parigi è la capitale dell’arte al momento, fucina di tutte le nuove correnti artistiche impressionismo fra tutti, Van Gogh ne è inizialmente attratto, ma trova la sua pittura troppo distante, si stanca presto della capitale e si trasferisce in Provenza  ad Arles (1888) per stare più a contatto con la natura, qui Vincent doveva scrivere una delle pagine più belle della sua vita e invece furono le più drammatiche.  Aveva un progetto, aveva un sogno: fondare un’associazione di pittori per creare un’arte nuova e per farlo aveva invitato a vivere con lui nella Casa Gialla l’amico e pittore Paul Gaugin.

Sogno che Van Gogh vede infrangersi subito appena si rende conto che i due avevano ben poco in comune. E non solo, Gaugin si impone subito come mentore da emulare, più che collega alla pari. Divergenze di pensiero, incomprensioni, liti culminano nel famoso e triste episodio del taglio dell’orecchio.

A seguito dell’ennesima lite Van Gogh insegue Gaugin con un rasoio, che spaventato passerà la notte in un albergo e il giorno seguente lascia Arles alla volta dei suoi innumerevoli viaggi oltreoceano.  Van Gogh in un gesto disperato si taglia l’orecchio.

Autoritratto con orecchio bendato, 1889, Courtauld Institute Galleries, Londra.

Non accetta che l’amico l’abbandoni, non accetta l’infrangersi del sogno, non accetta un’altra delusione, perché tutti si allontano da lui? Quante volte se lo sarà chiesto? Quante volte si sarà dato la colpa convinto che il problema fosse in lui, che la colpa fosse sua, invece che pensare che fossero gli altri noncuranti nei suoi confronti. E si autopunisce, ancora una volta.

Dell’origine della malattia e di questi atti di follia si sono scritti fiumi e fiumi di parole per trovarne la causa. Avvelenamento per inalazione di piombo contenuta nei colori che usava per dipingere, sifilide contratta con le prostitute, bipolarismo, schizofrenia, consumo eccessivo di alcol e assenzio.

La verità invece è una sola: Vincent era un uomo che aveva un gran bisogno di dare e ricevere amore, un desiderio talmente forte da rasentare spesso un’ossessione, un’esasperata eccessiva generosità, un amore troppo forte, una sensibilità fuori dal comune, che non riusciva a gestire oscillando tra euforia, crisi depressive profonde e atti autopunitivi.

Vincent si sentiva solo. Sempre. E lo era davvero.

Una delle frasi più toccanti che mi colpì leggendo le sue memorie fu alla notizia del matrimonio del fratello quando disse che a lui non rimaneva che la sola compagnia degli scarafaggi. Trovo che non ci sia immagine più triste e desolata di questa per autodefinire la propria vita.

Campo di grano con volo di corvi,1890, Van Gogh Museum, Amsterdam.

Ed ancora più toccante Uno può avere un focolare ardente nell’anima e tuttavia nessuno viene mai a sedervisi accanto. I passanti vedono solo un filo di fumo che si alza dal camino e continuano per la loro strada”.

Tanto da dare eppure nessuno che gli si avvicini mai, né un amico né una compagna e lui sfogava questo desiderio di dare amore con la pittura.

Eppure nessuno aveva capito che Vincent soffriva di questo “troppo amore”, del constante bisogno d’affetto inseguito ovunque e mai raggiunto, per tutti è solo un pazzo, un folle, uno psicopatico da cui star lontani.

I girasoli, 1888, Neue Pinakothek, Monaco.

Verrà ricoverato nell’ospedale di Arles prima e nella clinica psichiatrica Saint-Rémy-de-Provence poi (1889)  dove gli viene diagnosticata l’epilessia. L’anno successivo si trasferirà a Auvers-sur-Oise dove il dottore Gachet si prenderà cura di lui.

Ma una domenica sera, il 27 luglio 1890, fece una cosa che non fece mai in tutta la sua vita: si arrese.

Stanco, avvilito, con quel malessere interiore che lo tormentava fino a portarlo negli abissi più oscuri della sua mente, in preda ad una profonda crisi depressiva va nei campi a dipingere, impugna una pistola e si spara al cuore, il proiettile viene deviato dal diaframma, sopravvivrà due giorni a letto prima di spegnersi lentamente nella notte del 29 luglio alle ore 1.30, le ultime parole rivolte al fratello furono: “la mia tristezza non avrà mai fine”.

Sulla bara i suoi fiori preferiti: i Girasoli, non a caso gli unici fiori che per vivere cercano sempre il sole.

Così quest’uomo di una straordinaria sensibilità e carica emotiva si spegne a soli 37 anni tra le braccia dell’unica persona che gli volle davvero bene, suo fratello Theo, che nonostante fosse giovane, sposato e neopadre non sopravvive al dolore della perdita del fratello e morirà qualche mese più tardi, sono sepolti insieme nel cimitero di Auvers-sur-Oise.

Ritratto dr Gachet, 1890, collezione privata.

Eppure nonostante questa vita tragica e infelice nei suo dipinti c’è tutto il suo amore per il mondo, la natura e gli uomini; la sua voglia di vivere nei colori sgargianti e caldi con una netta predilezione per il giallo acceso; ma c’è anche l’inquietudine e l’angoscia profonda di una malattia con cui deve convivere a fatica; nelle pennellate veloci c’è la violenza della sua espressività, del suo patos, della sua comunque voglia di vivere fino in fondo e il colore abbonda al punto che nelle ultime opere si può parlare di vera e propria consistenza materica, generoso e voglioso di dare, non lesina il colore che pone sulla tela direttamente come estensione del suo animo e della sua espressività.

In 10 anni di attività dipinse oltre 900 quadri, ne vendette  solo uno.

Oggi il ritratto del dottor Gachet vale 138 milioni di euro e fu comprato nel 1990 dal mecenate giapponese Ryoei Saito allora per 82.5 milioni di dollari.

Van Gogh visse e morì in miseria, ebbe in vita più delusioni che successi, ma non si arrese mai; coltivò il suo sogno sempre nonostante tutto e nonostante tutti.

Questo era Van Gogh. Era solo arte e amore. Troppo per la sua epoca e, forse, perfino per la nostra.

 

Per agire nel mondo, occorre morire a se stessi. L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui.” Vincent

  

10 pensieri riguardo “Vincent Van Gogh – Vita di un uomo

  1. Bellissima recensione! Sai sempre trovare le parole giuste. Mi sembra che stessi parlando di un amico o di una perosna cara.
    Sei bravissima!!!!!

    1. Bene Monica sono contenta, Van Gogh è una figura intimamente molto complessa, sia sotto il profilo umano che sotto il profilo artistico, ma sono felice di avervela trasmessa …continua a seguirmi sul sito e sui social un abbraccio

  2. Complimenti, bel lavoro, ottima scelta dei dipinti che seguono la vita dell’artista. Credo che nonostante le migliaia di parole scritte su van gogh sia difficile spiegare veramente l’essenza di quest’uomo. I suoi dipinti mi trasmettono emozioni indescrivibili, resterei ore a guardarli. Un saluto cordiale e ancora complimenti.

    1. Grazie! si con questa recensione ho voluto proprio trasmetterne il senso così potrete vedere le opere di Van Gogh con occhi diversi e comprenderle meglio..ma state connessi che prossimamente dedico un’intera recensione a una sua opera… 😉

  3. Grazie una recensione che nonostante tutte le mostre a cui ho partecipato e i girasoli che mi hanno sempre dato solarità nei momenti tristi della mia vita mi ha aiutato a capire il vero Van Gogh.

    1. Chi ama Van Gogh non può che avere una grande sensibilità..nei momenti tristi pensi alla sua carica vitale nonostante tutto quello che gli è capitato… un abbraccio

  4. Ho sempre amato Van Gogh ed ho avuto la fortuna di vedere a Parigi, al Museo d’Orsej, molte sue opere. Ho avuto emozioni fortissime quando mi sono trovata, eccezionalmente da sola, davanti ad un suo autoritratto, a me particolarmente caro, che io avevo riprodotto. Trovo la tua recensione ottima e di grande sensibilità; mi ha fatto capire ancora meglio la complessa personalità di questo meraviglioso artista. Grazie.

    1. Grazie Giuliana, mi fa molto piacere il Suo commento perchè tutto nacque proprio da lì, da un autoritratto che vidi alla mia prima mostra di Van Gogh, mi fermai a guardarlo e pensai “due occhi che ti scavano l’anima”.
      Un caro saluto

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