IL CRISTO ALLA COLONNA – Donato Bramante

 

Dopo mesi in restauro (da gennaio 2017) è stato recentemente ricollocato ed esposto al pubblico il Cristo alla Colonna di Donato Bramante, il dipinto, a mio parere, più toccante in assoluto di Brera.

E per questo, oggi ve ne voglio parlare. 

Donato Bramante è attestato in Lombardia già dal 1477 quando affresca la facciata del Palazzo del Podestà di Bergamo e sicuramente a Milano si trova già nel 1481, data certa grazie a un’incisione detta “Prevedari”, dal nome dell’incisore che la eseguì su disegno del maestro e che riporta il suo nome e la datazione.
 
Nel 1485-90 l’abbazia di Chiaravalle gli commissiona quest’opera. E’ l’unica opera su tavola del maestro marchigiano.

Il corpo di Cristo è un corpo perfetto, muscoloso, scolpito, possente, di chiaro stampo classico, che legato alla colonna sembra spingersi verso di noi.

La colonna è decorata con i classici motivi floreali rinascimentali che troveremo anche nella sagrestia di Santa Maria presso San Satiro a Milano e in molteplici altri lavori. 

È un’opera che ti smuove, non ti può lasciare indifferente, quelli sono occhi e lacrime che non si dimenticano facilmente una volta usciti dalla sala…..

La corda è stretta al collo, notare il realismo, la corda stringe a tal punto che il viso è grigio, emaciato, un colorito spento che fa da netto contrasto con la pelle rosacea del resto del corpo, la stessa corda stretta sul braccio ne piega la carne. Li dove poggia, tra clavicola e collo un evidente segno di sfregamento.

La corona di spine affonda sul capo e un rigolo di sangue scende dall’attaccatura dei capelli.

La fronte corrugata e il viso in penombra svelano un’espressione di patetismo e quella lacrima quasi invisibile scende e si fa strada su quel volto scavato dalla passione.

Bramante ci mostra il Cristo con tutto il suo dolore, con la bocca socchiusa come se stesse per sussurrarci qualcosa prima dell’inizio della flagellazione.

Ma non è solo il dolore per il calvario che sa di dover affrontare, è un dolore per noi, per i nostri errori, è uno sguardo di amorevole pietà e compassione per l’essere umano, dolore che prova per noi, a causa nostra e che sopporta per la nostra salvezza.

È di un’intensità drammatica sconvolgente.

La luce ha due fonti: una centrale propria del corpo di Cristo e una laterale, proveniente dalla finestra.

Quel gioco di ombre e luce ha anche una valenza simbolica, segna il passaggio che Cristo deve compiere attraverso l’oscurità per arrivare alla luce, alla salvezza. L’eterno dualismo luce/oscurità, bene/male.

All’orizzonte un paesaggio sfumato, Leonardo ha già lasciato la sua eredità a Milano, la pisside sul davanzale ci ricorda l’eucarestia e le navi che per qualcuno simboleggiano le navi turche rappresenterebbero la minaccia alla Chiesa, paragonando così metaforicamente le pene e il dolore di Cristo a quello di una Chiesa in pericolo dall’espansione turca.

 

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